Sulla struttura dei costi dei registri Internet regionali
Chi paga centinaia di milioni di budget del registro e cosa ottiene in cambio?

I registri Internet regionali impiegano complessivamente centinaia di persone nel mondo e operano con bilanci annuali nell’ordine delle centinaia di milioni di dollari, interamente finanziati da quote associative obbligatorie. Questo modello di finanziamento esiste perché i RIR detengono un monopolio di fatto sulla registrazione delle risorse numeriche. La domanda è se una spesa di tali dimensioni sia giustificata dalla funzione che svolgono realmente.
Nella sua essenza, un RIR svolge un compito: mantenere una banca dati delle registrazioni. È una banca dati piccola, nell’ordine di pochi gigabyte, e tecnicamente semplice da gestire. Considerata da sola, questa funzione non è complessa né costosa. La ragione per cui i RIR sono diventati grandi va cercata nella storia. Negli anni Novanta dovevano distribuire equamente gli indirizzi IPv4, e gli addetti all’assegnazione dovevano valutare le necessità ed evitare abusi. Nei decenni successivi, mentre quel ruolo si riduceva, le istituzioni si sono allargate ad altre attività: formazione, conferenze globali, incontri della comunità che richiedono molti viaggi e grandi strutture amministrative.
Ne è derivato uno squilibrio tra funzione e costo. Ogni utente di Internet, attraverso il proprio fornitore di accesso, paga di fatto una quota obbligatoria a cinque organizzazioni private semplicemente per ottenere un indirizzo IP. Il meccanismo funziona come una tassa globale sulla connettività. Quando un costo è obbligatorio e universale, sul piano etico ci si aspetta che venga ridotto al minimo. Nella pratica è accaduto il contrario. Come in molti sistemi burocratici, il potere monopolistico ha favorito l’espansione anziché il contenimento.
Questo onere ricade in misura sproporzionata sugli utenti più poveri. Un bambino che frequenta una scuola rurale nel Sud-est asiatico e vive con un dollaro al giorno contribuisce indirettamente a finanziare viaggi internazionali, conferenze e spese amministrative da cui non trarrà mai alcun beneficio. In alcune regioni, i registri spendono ogni anno milioni soltanto per far viaggiare il personale da un continente all’altro per partecipare a riunioni, mentre gli operatori delle aree remote faticano a giustificare perfino le quote di base necessarie a restare connessi.
Molti membri non conoscono questo squilibrio. Sanno che il registro fornisce indirizzi IP, ma pochi si rendono conto di quanta parte del bilancio venga destinata ad attività estranee alla funzione principale. In alcuni casi, il costo effettivo del mantenimento della funzione di registro ha rappresentato solo una piccola frazione della spesa complessiva, assorbita per la maggior parte da conferenze, comunicazione e mantenimento dell’istituzione stessa.
Non è sostenibile né giusto. Un’infrastruttura essenziale dovrebbe essere snella, prevedibile e concentrata rigorosamente sul proprio mandato. I membri, soprattutto quelli delle regioni meno servite, dovrebbero chiedere dove finiscono le loro quote, partecipare alla governance e votare di conseguenza. Rispondere del proprio operato è il requisito minimo. La domanda di più lungo periodo è se in futuro siano necessarie istituzioni tanto centralizzate e costose.
Come minimo, chi governa i registri deve confrontarsi con una realtà semplice: l’infrastruttura critica di Internet non dovrebbe essere finanziata estraendo la massima rendita dagli utenti delle aree più remote del pianeta e con meno potere.