Sulla sovranità dei dati — realtà tecniche e pratiche
Può una legge nazionale contenere dati che circolano ovunque?

Nel dibattito globale sulla sovranità dei dati si confondono spesso gli ideali tecnici con la realtà operativa. All’Interconnect World Forum 2025 di Tokyo ho sottolineato un punto fondamentale: le leggi nazionali sulla localizzazione dei dati hanno possibilità di applicazione limitate in un’economia digitale globale in cui i dati circolano ovunque e nessuna giurisdizione, da sola, può racchiudere fisicamente le connessioni entro i propri confini.
La retorica della sovranità dei dati li tratta come qualcosa da possedere e controllare al pari di un territorio. Nella pratica, l’architettura di Internet, i protocolli e le interdipendenze transfrontaliere impediscono di confinare i dati entro limiti artificiali senza provocare gravi frammentazioni e inefficienze. L’obiettivo di chi esercita poteri sovrani dovrebbe essere orientare le politiche sui dati nel rispetto dei quadri giuridici e costituzionali, non tentare un confinamento tecnico che la rete stessa non è in grado di garantire.
Occorre distinguere tra capacità tecnica e potestà giuridica. La tecnologia può mantenere una copia dei dati in un determinato luogo, cifrarla o limitare l’accesso ai margini della rete; questo, però, non equivale a esercitare un potere sovrano sull’ecosistema globale dei dati. La potestà giuridica deriva da leggi effettivamente applicabili, sostenute dalla competenza delle autorità e dalle garanzie procedurali, non dalla configurazione della rete, dai contratti commerciali o dalle dichiarazioni politiche regionali.
Una governance concreta deve riconoscere la scala e la diversità di Internet. Già nella sola Asia convivono ordinamenti con concezioni profondamente diverse della riservatezza, dell’applicazione della legge, della responsabilità e degli obblighi relativi ai flussi di dati. Pensare che un unico modello di controllo dei dati possa andare bene per tutti è irrealistico e rischia di generare conflitti di giurisdizione o barriere tecniche involontarie all’innovazione.
La strada da seguire non consiste nell’affermare concezioni rigide del controllo, ma nel costruire modelli interoperabili in cui i dati circolino secondo norme giuridiche trasparenti, rispettose dei diritti fondamentali e delle realtà economiche. Sovranità dovrebbe significare responsabilità e rispetto delle norme, non confinamento tecnico. Qualsiasi quadro che tratti la sovranità dei dati come un problema tecnico anziché sociale e giuridico fraintende sia la tecnologia sia la governance.
In sintesi: l’isolamento o i soli obblighi di localizzazione non bastano a realizzare la sovranità digitale. Occorre armonizzare diritto, politiche e infrastrutture per sostenere flussi di dati transfrontalieri sicuri, leciti e continui, mantenendo al contempo l’obbligo di rendere conto del proprio operato.