Sulla custodia delle risorse, la scarsità e l’ipocrisia del «controllo comunitario»
Cosa diventa il “controllo comunitario” una volta che la risorsa scarseggia?

La «custodia delle risorse sotto il controllo della comunità» era un concetto astratto di governance legato a precise condizioni storiche, non un assetto istituzionale capace di durare. Nacque negli anni Novanta, quando le risorse di Internet erano abbondanti, il costo marginale era prossimo allo zero e le decisioni di assegnazione avevano scarse conseguenze economiche. In quel contesto, norme informali, linguaggio morale e comitati di volontari sembravano sufficienti, perché la scarsità non aveva ancora trasformato il coordinamento in potere.
Quando emerge la scarsità, la custodia senza diritti definiti dalla legge degenera, prevedibilmente, in controllo amministrativo. Non è retorica ideologica, ma una regolarità strutturale osservata ripetutamente nel mondo fisico. I sistemi comunisti promettevano formalmente la proprietà collettiva, concentrando però il potere reale nello Stato e nei vertici del partito; le monarchie assolute rivendicavano il ruolo di custodi in nome del popolo o per mandato divino, mentre i beni erano di fatto posseduti e controllati dalla famiglia reale. Il meccanismo è identico nei diversi sistemi: dove i diritti non sono definiti, la discrezionalità riempie il vuoto e tende a concentrarsi.
In qualsiasi sistema in cui si dice che una risorsa appartenga alla «comunità» o al «popolo», il vero proprietario non è la collettività indicata, ma chi controlla l’assegnazione, la distribuzione e la revoca. La proprietà solo nominale è un’illusione; il controllo è proprietà. Era così nell’URSS, ed era altrettanto vero nelle monarchie assolute. Nessun attore di rilievo all’interno di quei sistemi si confondeva su questa distinzione. Il linguaggio della proprietà collettiva serviva a legittimare il controllo, non a distribuirlo, e i dirigenti lo sapevano.
La governance delle risorse numeriche di Internet segue la stessa logica. Si dice che gli indirizzi IPv4 siano custoditi per la comunità, ma i proprietari di fatto sono i soggetti che controllano i criteri di assegnazione, l’interpretazione delle politiche, l’applicazione delle misure contro gli abusi e le procedure di revoca. Man mano che IPv4 passava da identificatore tecnico a risorsa scarsa ed economicamente rilevante, questi punti di controllo diventavano proprietà in tutto fuorché nel nome. L’assegnazione cessava di essere una questione neutrale di coordinamento e diventava una questione di distribuzione del potere, senza vincoli giuridici rigorosi all’arbitrarietà, alle reinterpretazioni retroattive o all’applicazione selettiva delle regole.
È qui che l’attuale panico degli insider dei RIR di fronte alla «cattura» del sistema diventa profondamente ironico. Il loro timore non è ipotetico: esiste proprio perché sanno che il sistema consente già a chi controlla i meccanismi di contrasto agli abusi, l’interpretazione delle politiche e l’apparato amministrativo di esercitare un enorme potere discrezionale. Quel potere viene esercitato dall’interno da anni, sotto la retorica della custodia. Quando un attore esterno dimostra di avere la stessa leva strutturale, la reazione non è eliminare il controllo discrezionale, ma difenderlo.
L’ipocrisia si accentua quando alcuni insider mi presentano, esplicitamente o implicitamente, come rappresentante del Partito Comunista Cinese. Questa accusa capovolge i rapporti strutturali. Il sistema collettivista è quello che difendono loro: risorse di proprietà «della comunità», controllate dagli amministratori, con regole fatte rispettare attraverso l’autorità morale anziché i diritti giuridici. È collettivismo da manuale applicato alla governance. Il motivo per cui il confronto degenera così spesso in giudizi morali e attacchi all’identità è semplice: non esiste una controargomentazione sostanziale. Comprendono come il modello fallisce, conoscono la realtà del controllo e sanno che la critica è corretta.
Se la «proprietà comunitaria» fosse reale, la cattura sarebbe strutturalmente impossibile. Il fatto stesso che la si tema dimostra che la proprietà non è mai stata della comunità. Era di chi controllava l’assegnazione e l’applicazione delle regole, proprio come negli Stati collettivisti e nelle monarchie assolute. Chi è dentro il sistema lo capisce perfettamente. Il linguaggio collettivo funge da copertura morale per il controllo centralizzato, non da limite a quel controllo.
Ecco perché il «controllo comunitario» non è una protezione dagli esiti autoritari: spesso ne è il presupposto. Senza diritti sui beni digitali definiti dalla legge, la comunità non ha alcuna pretesa giuridicamente azionabile, mentre gli amministratori conservano la massima discrezionalità. Il risultato non è né efficienza del mercato né legittimità democratica, ma un potere opaco, giustificato dall’ideologia e difeso attraverso la manipolazione delle procedure.
Il cambiamento necessario è dunque strutturale, non morale: diritti sui beni digitali definiti dalla legge. Una proprietà o un diritto di locazione espliciti, regole chiare sulla trasferibilità, la possibilità di far valere i diritti in giudizio e rimedi prevedibili trasformano il controllo di fatto in un’autorità soggetta a limiti. Il contributo della comunità non scompare: acquista confini definiti. La legge sostituisce l’autorità morale, la prevedibilità sostituisce la retorica della custodia e la formazione di capitale sostituisce il razionamento deciso dai comitati.
Non esiste un governo mondiale che possa imporre tutto questo dal centro, e ciò non è una debolezza, ma un vincolo progettuale. L’attuazione dei diritti sui beni digitali deve quindi essere decentralizzata fin dalla progettazione. Registri distribuiti, contratti intelligenti e consenso crittografico offrono già la base tecnica. Come nei sistemi della classe di Bitcoin, le regole sono esplicite, l’esecuzione è automatica e il rispetto delle regole dipende dal protocollo, non dalla discrezionalità. Ognuno detiene i propri beni; la verifica è pubblica; le modifiche richiedono un consenso esplicito codificato nel contratto.
La vera proprietà comunitaria ha questa forma: non beni che «appartengono» alla comunità solo di nome, mentre in pratica sono controllati dagli amministratori, ma beni di proprietà individuale i cui diritti vengono fatti rispettare collettivamente attraverso regole trasparenti e immutabili. La tecnologia esiste già. Il fallimento non è tecnico: è il rifiuto delle istituzioni di rinunciare al potere discrezionale mascherato da custodia.
L’ironia finale riguarda il funzionamento concreto del sistema. Gli insider che resistono a questa transizione agiscono come parassiti al suo interno: deboli singolarmente, collettivamente rivolti al proprio interesse, protetti dal linguaggio morale e abbastanza coordinati da conservare il controllo. Ingannano abitualmente i vertici tecnici presentando il mantenimento del potere come stabilità, e attaccano chi si batte per gli ISP e le reti proprio perché la decentralizzazione minaccia la loro autorità informale. La soluzione non è rispondere alla cattura con un’altra cattura, ma opporvi chiarezza: NRS, istruzione, assegnazione e azione. NRS esiste per costruire consenso, non per consolidare il potere, affinché gli insider non possano più ingannare gli ISP inducendoli ad agire contro i propri interessi. La conclusione è ovvia e inevitabile: un’Internet decentralizzata è coerente con gli incentivi di ogni operatore di rete, tranne quelli il cui potere dipende dal mantenimento del controllo centralizzato.