AFRINIC, la governance dei RIR e il mito della «proprietà della comunità»
Cosa significa “proprietà della comunità” quando pochi addetti ai lavori controllano le regole?

Scrivo questa nota non da commentatore, ma da persona che è stata direttamente coinvolta nella realtà della governance dei registri Internet regionali (RIR), in particolare in AFRINIC.
Mi appare sempre più chiaro che molti RIR soffrono ormai di un malfunzionamento strutturale nascosto dietro le procedure, e di una concentrazione di potere mascherata da «comunità». Col tempo, politiche e procedure sono diventate così complesse e opache da favorire soprattutto una ristretta cerchia di addetti ai lavori, capaci di muoversi nel sistema e di plasmarlo. È nato un intero ecosistema di «consulenti RIR» che interpretano regole alla cui definizione hanno spesso contribuito, traendo profitto da un labirinto che i membri comuni non hanno né il tempo né l’incentivo di conoscere a fondo. Questa non è una governance sana: è cattura del regolatore attraverso la complessità.
Il vantaggio di chi appartiene a questa cerchia non si limita alle politiche, ma si estende alla governance stessa. Lo stesso piccolo gruppo di persone tende ad alternarsi nei comitati, negli organi consultivi e nei consigli di amministrazione, sostenendo di anno in anno le candidature e le proposte degli altri membri del gruppo. Le voci indipendenti o riformatrici incontrano una resistenza strutturale che non si manifesta nel confronto aperto, ma nell’esclusione attraverso le procedure. Ad AFRINIC questa dinamica è diventata evidente quando le regole sono state piegate per prolungare i mandati e bloccare candidati considerati estranei alla cerchia. Simili pratiche svuotano la pretesa democratica dell’istituzione, pur conservando una facciata di legittimità.
Nel frattempo, la maggior parte dei membri di AFRINIC — fornitori di accesso a Internet, operatori di telecomunicazioni, imprese che costruiscono e gestiscono le reti — non partecipa. Molti non sanno nemmeno di avere diritto di voto o di poter incidere sulle decisioni. È comprensibile che si concentrino sul lavoro operativo, anziché sulla politica interna dell’istituzione. Le conseguenze sono prevedibili: quando la partecipazione è scarsa, una minoranza organizzata prende il sopravvento. Il problema non riguarda solo AFRINIC, ma AFRINIC mostra questo rischio nel modo più netto. Quando la «governance della comunità» poggia su una partecipazione che non si concretizza mai, di comunitario non ha più nulla.
Alla radice c’è un difetto filosofico più profondo: la dottrina della «proprietà della comunità» sugli indirizzi IP, così come viene praticata oggi. In teoria, nessuno è proprietario della risorsa: è la comunità a custodirla e amministrarla collettivamente. In pratica, ne è derivata un’autorità centralizzata con scarsi obblighi di rendere conto del proprio operato. Il personale del registro e un ristretto gruppo di partecipanti attivi finiscono per esercitare il controllo a nome di tutti gli altri. La storia ripropone spesso lo stesso schema: quando si dice che qualcosa appartiene a tutti, a controllarlo sono frequentemente pochi che dichiarano di agire per conto di tutti. Il linguaggio è democratico; la struttura del potere non lo è.
La soluzione richiede un cambiamento strutturale, non una riforma di facciata. La governance degli indirizzi IP deve essere decentrata nei fatti, non soltanto nei discorsi. Le organizzazioni aderenti devono essere riconosciute come soggetti realmente coinvolti, con diritti che possano far valere, e non come beneficiarie passive delle decisioni discrezionali del registro. La partecipazione deve essere diretta, informata e imprescindibile, non una rappresentazione facoltativa dominata dagli addetti ai lavori. I RIR dovrebbero passare dal controllo dell’accesso alle risorse al coordinamento, riconoscendo i titolari degli indirizzi come custodi di lungo periodo o proprietari, anziché come inquilini esposti a una revoca unilaterale.
Non è un’idea radicale: è coerente con tendenze tecnologiche e istituzionali più ampie verso il decentramento. I sistemi funzionano meglio quando il potere è distribuito, trasparente e sottoposto a limiti. Una rete Internet le cui risorse essenziali sono governate da piccoli circoli che perpetuano il proprio potere è fragile per come è costruita. È più resiliente un’Internet in cui l’autorità appartiene a chi impiega effettivamente quelle risorse e ne dipende.
Quanto accaduto ad AFRINIC va letto come un avvertimento, non come un’anomalia. Senza riforme, fallimenti analoghi si ripeteranno altrove. Deve finire l’epoca in cui una piccola cerchia può controllare risorse essenziali di Internet sotto la bandiera della «comunità». Se vogliamo una governance di Internet stabile ed equa, un autentico decentramento, fondato su diritti effettivi, partecipazione reale e un concreto obbligo di rendere conto del proprio operato, è indispensabile.